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L'articolo della Dott.ssa Michela Pensavalli, affronta i disturbi di personalità in modo semplice ma completo, passando in rassegna la loro definizione, classificazione, diagnosi ed infine il loro trattamento.
Disturbi di Personalità: definizione e classificazione
I tratti di personalità sono modi costanti di percepire, rapportarsi e pensare nei confronti dell'ambiente e di se stessi, che si manifestano in un ampio spettro di contesti sociali e personali. Soltanto quando i tratti di personalità sono rigidi e non adattivi, e causano una compromissione funzionale significativa o una sofferenza soggettiva, essi costituiscono Disturbi di Personalità. La caratteristica essenziale di un Disturbo di Personalità è un modello costante di esperienza interiore e di comportamento che devia marcatamente rispetto alle aspettative della cultura dell'individuo, e si manifesta in almeno due delle seguenti aree: cognitività, affettività, funzionamento interpersonale o controllo degli impulsi. Questo modello costante di comportamento risulta inflessibile ed è presente in un ampio spettro di contesti personali e sociali e determina a disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento sociale, lavorativo o di altre aree importanti. I disturbi di personalità sono divisi in tre categorie (A, B, C), in base alle analogie descrittive. Il gruppo A include dist. di personalità paranoide, schizoide, schizotipico. Gli individui con questi disturbi appaiono spesso strani ed eccentrici. Il gruppo B include il dist. di personalità antisociale, borderline, istrionico, narcisistico. Gli individui che ne soffrono spesso appaiono spesso ampificativi, emotivi e imprevedibili. Gli individui del gruppo C, del quale fanno parte il dist. Di personalità evitante, dipendente, ossessivo- compulsivo, presentano tratti di ansia e fobia. Si ricordano le limitazioni dovute a tale raggruppamento che può senz'altro essere molto utile per la ricerca e per la didattica, ma che ha bisogno di essere accostato ad uno studio del caso per ogni paziente. Un disturbo di personalità rappresenta anche un modello di esperienza interiore e di comportamento che devia marcatamente rispetto alle aspettative della cultura dell'individuo, è pervasivo e inflessibile, esordisce nell'adolescenza o nella prima età adulta, è stabile nel tempo, e determina disagio o menomazione sociale e lavorativa per l'individuo che ne soffre. I Disturbi di Personalità sono elencati di seguito: Il Disturbo Paranoide di Personalità è un quadro caratterizzato da sfiducia e sospettosità, per cui le motivazioni degli altri vengono interpretate come malevole. Il Disturbo Schizoide di Personalità è un quadro caratterizzato da distacco dalle relazioni sociali e da una gamma ristretta di espressività emotiva. Il Disturbo Schizotipico di Personalità è un quadro caratterizzato da disagio acuto nelle relazioni strette, distorsioni cognitive o percettive, ed eccentricità nel comportamento. Il Disturbo Antisociale di Personalità è un quadro caratterizzato da inosservanza e violazione dei diritti degli altri. Il Disturbo Borderline di Personalità è un quadro caratterizzato da instabilità delle relazioni interpersonali, dell'immagine di sé e degli affetti, e da marcata impulsività. Il Disturbo Istrionico di Personalità è un quadro caratterizzato da emotività eccessiva e da ricerca di attenzione. Il Disturbo Narcisistico di Personalità è un quadro caratterizzato da grandiosità, necessità di ammirazione, e mancanza di empatia. Il Disturbo Evitante di Personalità è un quadro caratterizzato da inibizione, sentimenti di inadeguatezza, e ipersensibilità ai giudizi negativi. Il Disturbo Dipendente di Personalità è un quadro caratterizzato da comportamento sottomesso e adesivo legato ad un eccessivo bisogno di essere accuditi. Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo di Personalità è un quadro caratterizzato da preoccupazione per l'ordine, perfezionismo ed esigenze di controllo. Disturbi della personalità - criteri di diagnosi La diagnosi di Disturbo di Personalità richiede una valutazione del modello di funzionamento a lungo termine dell'individuo e le particolari caratteristiche di personalità devono essere evidenti fin dalla prima età adulta. Sebbene sia talvolta sufficiente per fare diagnosi un singolo colloquio con la persona, spesso è necessario condurre più di un'intervista e distribuirle nel tempo. La valutazione può anche essere complicata dal fatto che le caratteristiche che definiscono un Disturbo di Personalità possono non essere considerate problematiche da parte dell'individuo, il quale non ritiene di soffrire di alcun disturbo. Può essere utile, dunque, raccogliere altre informazioni relative alla persona. Molto spesso risulta difficile diagnosticare un disturbo di personalità che deve comunque tenere conto dell'ambiente etnico, culturale e sociale dell'individuo. Inoltre, i Disturbi di Personalità non dovrebbero essere confusi con i problemi legati all'acculturazione che seguono l'immigrazione, o con l'espressione di abitudini, costumi, o valori religiosi e politici professati dalla cultura di origine dell'individuo. Specialmente quando il valutatore proviene da un retroterra diverso, è utile per il clinico ottenere ulteriori notizie da informatori che hanno familiarità con l'ambito culturale dell'individuo. Molto spesso ciò che si riscontra è la stretta correlazione tra un disturbo e l'altro, anche per questo non si potrà fare una diagnosi unica ed omogenea (gli individui spesso presntano una concomitanza di disturbi di personalità, anche appartenenti a gruppi diagnostici diversi). Tenendo conto che i criteri diagnostici per un disturbo di personalità, sono: Un modello di esperienza interiore e di comportamento che devia marcatamente rispetto alle aspettative della cultura dell'individuo, si manifestano alterati: il modo di percepire, interpretare, sé stessi e gli altri la varietà, l'intensità, labilità, adeguatezza di gestire le proprie emozioni il funzionamento dei rapporti interpersonali il controllo degli impulsi Il modello di vita riscontrato in una o più situazioni, pervade in molte altre interpersonali e sociali E' evidente un disagio clinico e una compromissione del funzionamento sociale e lavorativo, così come di altre aree importanti. Tale modello di comportamento è stabile nel tempo e di lunga durata. Può essere fatto risalire all'adolescenza o prima età adulta. Il disturbo di comportamento non è meglio giustificabile come manifestazione o conseguenza di un altro disturbo mentale, così come non risulta legato ad effetti fisiologici di sostanze (droghe, farmaci) o da una condizione medica generale. Le categorie dei Disturbi di Personalità possono essere applicate a bambini o adolescenti in quei casi relativamente insoliti in cui i particolari tratti di personalità non adattivi dell'individuo sembrano essere pervasivi, persistenti. Si dovrebbe tenere presente che i tratti di un Disturbo di Personalità che compaiono nell'infanzia spesso non persistono immodificati fino alla vita adulta. Per diagnosticare un Disturbo di Personalità in un individuo sotto i 18 anni di età, le caratteristiche devono essere state presenti per almeno 1 anno. L'unica eccezione è rappresentata dal Disturbo Antisociale di Personalità, che non può essere diagnosticato in individui al di sotto dei 18 anni. Alcuni Disturbi di Personalità (per es., Disturbo Antisociale di Personalità) vengono diagnosticati più frequentemente negli uomini. Altri (per es., Disturbo Borderline, Istrionico e Dipendente di Personalità) vengono diagnosticati più frequentemente nelle donne. Criteri diagnostici per il disturbo borderline di personalità: A) Una modalità pervasiva di instabilità delle relazioni interpersonali, dell'immagine di sé e dell'umore e una marcata impulsività, comparse nella prima età adulta e presenti in vari contesti, come indicato da cinque (o più) dei seguenti elementi: 1) sforzi disperati di evitare un reale o immaginario abbandono. (Nota: non includere i comportamenti suicidari o automutilanti considerati nel Criterio 5). 2) un quadro di relazioni interpersonali instabili e intense, caratterizzate dall'alternanza fra gli estremi di iperidealizzazione e svalutazione 3) alterazione dell'identità: immagine di sé e percezione di sé marcatamente e persistentemente instabili 4) impulsività in almeno due aree che sono potenzialmente dannose per il soggetto, quali spendere, sesso, abuso di sostanze, guida spericolata, abbuffate. Nota: non includere i comportamenti suicidari o automutllanti considerati nel Criterio 5. 5) ricorrenti minacce, gesti, comportamenti suicidari, o comportamento automutilante. 6) instabilità affettiva dovuta a una marcata reattività dell'umore (per es., episodica intensa disforia, irritabilità o ansia, che di solito durano poche ore, e soltanto raramente più di pochi giorni) 7) sentimenti cronici di vuoto 8) rabbia immotivata e intensa o difficoltà a controllare la rabbia (per es., frequenti accessi di ira o rabbia costante, ricorrenti scontri fisici) 9) ideazione paranoide, o gravi sintomi dissociativi transitori, legati allo stress. Disturbi della personalità - possibili cause I tratti di personalità che definiscono un disturbo di personalità devono essere distinti da caratteristiche che emergono in risposta ad eventi stressanti situazionali specifici o stati mentali più transitori (per es., Disturbi dell'Umore o d'Ansia, Intossicazione da Sostanze). Questi eventi stressanti possono essere i fattori predisponenti o scatenanti il disturbo di personalità vero e proprio, oltre a situazioni ambientali, familiari, culturali che possono sollecitare una risposta maladattiva della persona alla realtà che vive. Un Disturbo di Personalità può risultare esacerbato in seguito alla perdita di persone che rappresentano un supporto significativo (per es., coniuge), o di situazioni sociali stabilizzanti precedenti (per es., un lavoro). Molto spesso i Disturbi di Personalità si possono riscontrare durante un episodio di un Disturbo Depressivo o di un Disturbo d'Ansia, poiché queste condizioni possono avere caratteristiche sintomatologiche trasversali che ricalcano i tratti di personalità, possono rendere più difficile la valutazione della misura di presenza di ciascun disturbo, o dell'uno o dell'altro. Da ultimo, ma non di minore importanza è il discorso che evidenzia la differenza nella diagnosi per i Disturbi di Personalità, i quali devono essere distinti dai tratti di personalità che non raggiungono la soglia per un disturbo vero e proprio. I tratti di personalità vengono diagnosticati come Disturbo di Personalità solo quando sono inflessibili, non adattivi, persistenti, e causano una compromissione sociale significativa o sofferenza soggettiva. Disturbi della personalità - strumenti di aiuto In questa parte riguardante i possibili approcci all'interpretazione ed alla cura dei disturbi di personalità, seguirò lo schema riportato nel DSM IV sulla classificazione dei disturbi in tre classi distinte. Parlerò dei disturbi e di come questi si presentano realmente nel comportamento del paziente. Con l'approccio alla cura fornirò dei piccoli consigli che solitamente i terapeuti usano in seduta. Con la dovuta cautela e con la comprensione approfondita di cui necessitano possono essere utilizzati da qualsiasi persona che osservando comportamenti affini alla descrizione del disturbo, voglia agire senza complicare la situazione. Tra i disturbi del gruppo A troviamo il disturbo paranoide, caratterizzato da uno stile di pensare, sentire, relazionarsi agli altri, particolarmente rigido e invariante. I pazienti paranoidi sono spesso spinti alla terapia dagli altri. Il loro stile di pensiero è caratterizzato da una costante ricerca della verità che vada oltre l'apparente significato della situazione, ne consegue una iperattivazione del livello di attenzione ed un continuo ed attento controllo. Il paziente paranoico è realmente incapace di rilassarsi, manca spesso di flessibilità ed è sempre sospettoso degli altri verso i quali mantiene un comportamento ed osservazione guardinghi e riservati. Tra le terapie possibili, non è utile citare la terapia di gruppo: vista l'importanza di creare con tali pazienti un' alleanza che gli permetta di "abbassare la guardia" nei confronti del prossimo. Nella terapia individuale è dunque importante lavorare sulle resistenze del paziente a creare un buon livello di fiducia con l'altro. Il paziente paranoide ha bassa stima in sé stesso, si sente inferiore, sviluppa un disagio nell'adattarsi agli altri, alle situazioni sociali. Crede costantemente che l'altro stia tramando qualcosa per sopraffarli, ne consegue che l'attenzione del terapeuta dovrà essere tutta incentrata a non suscitare tali comportamenti, piuttosto promuovere la creazione di uno spazio fisico, di un linguaggio, di un'esperienza comune, nella quale il paziente si sentirà libero di raccontarsi, senza sentirsi giudicare. Una delle prime mete da raggiungere è far percepire al soggetto il mondo esterno non più come pieno di aggressori e persecutori di cui egli è vittima, dovrà piuttosto elaborare una posizione del "come se", cioè, invece di pensare: " Questa persona mi vuole fare del male…" penserà: "E' come se sentissi che questa persona mi volesse fare del male…". In altre parole i pazienti sono aiutati a sviluppare l'esperienza del saper mediare, tra una percezione ed uno stato di persecuzione. In questo modo cambierà l'ottica di vedere il problema, che il paziente percepirà adesso come interno e non più esterno, dovuto agli altri. C'è in queste persone un' attitudine al praticare la violenza su sé stessi e su gli altri, bisogna dunque evitare di accrescere la sospettosità nei loro confronti, ebitando di mettere in discussione la loro realtà, piuttosto a volte si potrà confermargliela. In ogni caso il paziente dovrà essere incoraggiato a verbalizzare gli istinti, i sentimenti e non a metterli in atto. Il paziente schizoide, presenta un'incapacità di interessarsi e di intraprendere relazioni con gli altri. Il suo ritiro sociale è però apparente, perché spesso dentro di sé, egli cova una paura di rapportarsi, vive una condizione di deficit di capacità di relazionarsi. Anche per i pazienti schizotipici, come per i sopra citati, vige una contraddizione tra il percepire la propria patologia come esterna piuttosto che interna, la colpa viene data agli altri, al mondo. Spesso, entrambi i tipi di pazienti, vivono ai margini della società, conducono un'esistenza solitaria e dolorosa, si distaccano apparentemente dagli altri, congelano le loro passioni e i loro sentimenti, spesso perché sono rimasti delusi dal non ricevere ciò di cui avevano bisogno e decidono di non ritentare in seguito. Anche in questi casi è la terapia individuale, maggiormente consigliabile, suppportata anche da quella di gruppo, nel momento in cui il paziente è riuscito ad internalizzare il suo problema, è pronto ciò a capire che è dentro di sé che deve trovare le risposte e le cause del suo malessere, successivamente sarà pronto al confronto con gli altri, anche nella terapia. Molto spesso in terapia questi pazienti stanno in silenzio, questo deve essere visto dal terapeuta come qualcosa in più di una semplice resistenza, è una comunicazione non verbale del ritirarsi dalla relazione a due, per non rimanere delusi. Ancora una volta queste persone devono essere supportate da una solida base di fiducia. Quello su cui si deve porre l'attenzione è la riabilitazione sociale del paziente, rieducarlo ai rapporti con gli altri, insegnargli un nuovo modo di percepirsi e di percepire, non più in funzione di un'incapacità personale. Per questo in un secondo momento la terapia di gruppo può essere utile per familiarizzare con gli altri, per un confronto libero da fantasmi evocati dalle precedenti relazioni deludenti. Nel secondo gruppo di disturbi di personalità troviamo il disturbo antisociale, caratterizzato da un non rispetto degli altri, e dall'incapacità di apprendere dall'esperienza (per esempio, è il caso di quelle persone che non reagiscono positavamente, cioè in termini di estinzione del comportamento antisociale all'espeienza del carcere). I soggetti "antisociali", si ritirano spesso dalle relazioni sociali per mancanza di fiducia di base, ma senza elaborazione depressiva di questo, ovvero la persona non prova ansia, né senso di colpa per gli effetti delle sue azioni sugli altri, per questo manca anche lo sforzo di giustificarsi moralmente o socialmente per il proprio comportamento. Tali soggetti, non traggono vantaggio da trattamenti ospedalieri, spesso anzi sono di intralcio alla normale amministarzione gestione del reparto di ospedale dove vengono inseriti, perché commettono furti e danni. Hanno avuto risultati buoni, strutture ospedalizzate con composizione omogenea dell'ambiente, che attraverso il confronto con il gruppo dei pari, riescono a fare emergere e così ad elaborare, l'ansia e l'aggrassività. Per la psicoterapia individuale esistono dei fattori predittivi positivi e negativi, per i primi sicuro la presenza di ansia o depressione, che può essere indice di elaborazione del contatto con gli altri e quindi di una considerazione del prossimo. Tra i fattori negativi: un aggravante dovuta all'arresto, al reato, a pendenze legali, ad ogni tipo di violenza verso gli altri. Il terapeuta dovrà possedere tenacia ed essere incorruttibile, aiutare così il paziente a mettersi davanti alle proprie azioni con i suoi stati interiori. Evitando di nutrire aspettative di miglioramento che influenzeranno entrambi, aiuterà il paziente a controllarsi, a conoscere di più i suoi sentimenti e a verbalizzarli. Anche per i pazienti borderline, che presentano instabilità nelle relazioni interpersonali, nella propria autostima, impulsività e intensi timori di abbandono e rabbia inappropriata, il terapeuta dovrà lavorare sulla costruzione di una base di alleanza terapeutica che aiuti la persona ad elaborare e superare l'abbandono totale che vive. Molti autori ritengono che in questo caso sia importante una terapia supportiva che eviti un atteggiamento passivo, basato sul silenzio, perché in questo caso il paziente potrebbe sentirsi ulteriormente rifiutato. Contenere la rabbia del paziente ed elaborla insieme, è un'altra cosa importante, stabilire comunque una connessione tra ciò che la persona sente e ciò che agisce, (spesso questa non è consapevole del motivo per cui agisce in un certo modo, spinta ad esempio da sentimenti di amore, odio, disapprovazione, paura). Quando il disturbo nasce da un sistema familiare, ovvero, quando i genitori possono essere percepiti o dimostrarsi incuranti verso il figlio/a, allora sarebbe il caso di coinvolgerli in un lavoro terapeutico. Per il paziente narcisista e per quello istrionico, la terapia individuale darà forse il più alto grado di soddisfazione, se il terapeuta sarà in grado di empatizzare, di comprendere il punto di vista del paziente ed utilizzarlo per creare un linguaggio comune per comunicare un disagio dovuto principalmente ad aspetti di personalità di grandiosità e ammirazione verso sé stessi, nel caso del primo, o di emotività eccessiva e ricerca costante di attenzioni da parte degli altri per il secondo. Per entrambi i casi si tratta di riequilibrare lo stato emozionale e la percezione del mondo percepito come pervesivo ed estrememente influenzante l'individuo. Nel terzo gruppo di disturbi troviamo il disturbo dipendente, che similmente al borderline, manifesta un vissuto del paziente di separazione, in questo caso esplicitato con un comportamento di sottomissione completa agli altri e non di rabbia e manipolazione come per il precedente. La persona con una personalità dipendente non è capace di funzionare bene se non grazie a qualcuno che si prende cura di lei, ecco perché spesso in terapia si cerca di fali dipendere dal terapeuta per poi aiutarli a sviluppare un'autonomia di azione e di pensiero. Tendenzialmente in terapia, così come nelle relazioni con gli altri, queste persone tentano di essere visti come perfetti e questo spesso crea in loro una depressione, perché la realtà non conferma le loro aspettative. Il terapeuta allora potrà empatizzare con il paziente, facendolo parlare dei suoi pensieri, dei suoi sentimenti, ma superare la resistenza e la voglia del paziente di non mostrarsi per come è realmente ma come una persona perfetta, precisissima, volenterosa. Dovrà autoaccettarsi con umiltà ed essere meno severo e in questo il terapeuta potrà aiutarlo ponendosi su un piano paritari di ascolto e con piccoli "inbocchi" che lo aiuteranno ad affrontare la sua rigidità caratteriale, le spettative stressanti e i pensieri che conseguentemente lo attanagliano nella morsa del disturbo.
Articolo estratto da: DISTURBI DI PERSONALITÀ: DEFINIZIONE E CLASSIFICAZIONE, DIAGNOSI, CAUSE, TRATTAMENTO. Dott.ssa Michela Pensavalli, cell.: 328-94.46.432 - e-mail:
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Da: http://www.psicosolution.it La responsabile del sito è la dottoressa Michela Pensavalli, psicologa abilitata dall'Ordine degli Psicologi della Regione Lazio. E' nata a Roma, dove ha conseguito la laurea in psicologia ad indirizzo clinico presso l'Università degli studi "La Sapienza". E' specializzanda in psicoterapia breve strategica per disturbi d'ansia, depressivi, dell'alimentazione e sessuali nella scuola di Arezzo affiliata del Mental Research Institut di Palo Alto (California). E' membro della Società Italiana Psico Oncologia, in qualità di socio ordinario. Di recente ha conseguito abilitazione a praticare il training autogeno. Le sue esperienze professionali l'hanno portata ad affrontare le tematiche collegate ai disturbi fobici e da panico, delle quali attualmente si occupa, utilizzando tecniche di terapia strategica basata su interventi rapidi e centrati sulla risoluzione delle sintomo fobico-ossesivo, parallelamente all'ausilio di tecniche di rilassamento. Molti autori hanno criticato questo approccio al problema, perché spesso tali pazienti vanno cercando una dipendenza come meta in sé e non vedono in quella con il terapeuta un mezzo per la propria coscientizzazione all'autonomia, piuttosto tendono a sfruttarla per il proprio solito fine che è quello del nasondersi dall'affrontare da soli la realtà, la vita. Basato su un'inibizione sociale, è invece il disturbo evitante, che al contrario vede il paziente soffrire di una inadeguatezza ad affrontare gli altri per paura di essere giudicati falliti o rifiutati. Con una scarsissima autostima, il paziente ricerca nel terapeuta un aiuto, nel risolvere il suo bisogno eccessivo di legame apparentemente nasosto dal comportamento evitante. In questo caso possono essere di aiuto sia la psicoterapia individuale che di gruppo, gli elementi importanti si cui focalizzarsi sono l'imbarazzo e l'umiliazione che si presentano quando l'individuo si racconta, l'elaborazione di questi insieme ad un deciso incoraggiamento ad esporsi comunque alle situazioni temute. Non di meno può servire l'esplorazione delle cause che sottendono la vergogna e l'imbarazzo, il raccontare quando queste si presentano, con chi e in quale maniera. Da ultimo il disturbo ossessivo- compulsivo vede nel paziente come caratteristiche un'ansia e una paura preminenti. Egli è ossessionato da pensieri ricorrenti dal contenuto spiacevole ed è spinto a mettere in atto comportamenti che possano liberarlo dal malessere.
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